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L’Arteterapia come strumento nell’ambito del trapianto d’organi

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Di Gabriella Cinà

– tratto da “Terra e tempo di confine. L’Arteterapia come strumento d’intervento nell’ambito del trapianto d’organi”- Tesi Art Therapy Italiana 2010

Cathy Malchiodi nel suo lavoro di medical art therapy sottolinea come lo strumento artistico nel setting possa supportare l’energia psichica di un paziente che altrimenti potrebbe manifestare comportamenti o stati d’animo distruttivi. L’Arte terapia offre ai pazienti l’opportunità di migliorare il rilassamento anche corporeo, di controllare il dolore fisico nella sua componente psicogena, di rafforzare l’empowerment attraverso la partecipazione ad attività che l’autrice definisce di affermazione della vita.

L’ambito del trapianto d’organi ed il lavoro sull’integrazione e la ridefinizione dell’identità psichica e fisica, è per l’arteterapia sicuramente un lavoro di affermazione della vita. Campo in Italia non ancora esplorato sufficientemente, è ricco di spunti teorici e metodologici. Confrontarsi con questa tipologia di pazienti è estremamente complesso da un punto di vista umano, ma soprattutto da un punto di vista istituzionale. Un grande lavoro va fatto soprattutto nell’ottica della diffusione dello strumento arte terapeutico, come intervento valido nel campo del pre e post trapianto. Tutto ciò comporta un continuo confronto con un livello psicologico, ma anche antropologico soprattutto relativamente al concetto di identità. Solitamente, l’identità è concepita come una costruzione culturale di confini interni (status, genere, età, professione, ecc.) e di confini esterni (razza, etnia, religione, lingua, ecc.) al gruppo sociale. La riflessione sull’identità e sull’alterità, diventa per l’antropologia il punto di partenza per una valutazione critica dei processi di globalizzazione e la condizione erratica di attraversamento di confini, che si sostanzia nella figura del migratore si compone di diverse condizioni (fuga come ricerca, fuga come esilio volontario o forzato, diaspora). Tutto ciò impone di ripensare il concetto di identità come costruzione lacerata, scissa, sempre in costruzione e dunque sempre temporanea. E’ prima di tutto un problema di luogo. Il margine, bordo e delimitazione, è ciò che si situa fuori dal centro e contemporaneamente lo avvolge.  Rispetto a tali possibilità, risulta essenziale soffermarsi brevemente, su cosa possa significare anche da un punto di vista antropologico e sociologico un trapianto. Il confronto con la possibilità di sentirsi migrante, tema che per altri versi racchiude la storia della nostra terra, è l’apertura alla comprensione di uno stato psichico che parli di contatto con la conquista di un territorio interiore. Se antropologicamente la globalizzazione è un’apertura quasi incontrollabile di porte, l’esperienza di incorporazione ed interiorizzazione legata al trapianto è una ricerca di struttura, di confine. L’attraversamento è l’obiettivo di un lavoro terapeutico con questi pazienti, poiché il poter usare la permeabilità psichica e corporea è concetto ed esperienza ben diversa dal sentirsi invasi e perforati da strumenti tecnologici e da “ospiti sconosciuti”. Se, come dice Galimberti, solo il corpo può parlare della morte e della fine attraverso il suo silenzio, riflettere sull’intervento arte terapeutico come luogo in cui accogliere attività di affermazione della vita, non significa proporre una lettura del setting come negazione del limite, ma definizione di uno spazio e tempo di confine.

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