Archivi tag: istituzione

Funzione creativa e Istituzione

Standard

Da: Funzione creativa e istituzione: un’esperienza sul campo di costruzione di percorsi attraverso il linguaggio artistico.

Franco La Rosa, Gabriella Cinà

«Immagino la mente sia fondata non sulle microstrutture del cervello

o del linguaggio, ma su quelle storie supreme, gli Dei, che

costituiscono i modelli fondamentali del nostro agire, credere,

conoscere, sentire e soffrire, dove possono persino trovare dimora. È’

soltanto nelle storie che questi Dei si mostrano ancora.

La mente è fondata nella sua stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia.

Questo“fare” è poiesis».

  Hillman[1],.

 

Il “fare” come atto creativo in cui le storie hanno dimora, appartiene all’individuo ma può appartenere anche all’istituzione, laddove la mente individuale e di gruppo si leghi al concetto stesso del “CREARE”.  Se il prodotto creativo è  caratterizzato da elementi quali novità, fruibilità e consenso, ciò che è creativo è in qualche modo originario, distinguendosi dalla tradizione ma confrontandosi con essa. In questo senso allora, una lettura attraverso la testimonianza di uno spazio artistico come spazio potenziale winnicottiano, permette di riappropriarsi attraverso la coerenza del gesto, del rapporto fra il proprio mondo simbolico e la necessità della comunicazione. Il simbolo si costituisce come parte dell’oggetto che rimanda ad una sua interezza, persa in quanto irrimediabilmente frammentata, ma che nell’incontro con l’Altro può trovare occasione di ricongiungimento. Il mito racconta che in tempi antichi, quando due amici si separavano per andare incontro al proprio destino spezzavano in due una tavoletta con inciso un cartiglio (un disegno particolare, unico per ogni coppia di amici); questa tavoletta era chiamata <simbolon>, se in un futuro lontano si fossero ritrovati, trasformati dalle circostanze della vita, essi avrebbero potuto riconoscersi mettendo insieme i due frammenti dell’originale “simbolon”, il cui cartiglio avrebbe ritrovato significato proprio da questo ricongiungimento. Lo spazio creativo e la sua stessa esistenza reale all’interno di un’istituzione, può divenire occasione di ricongiungimento di parti frammentate del Sé nell’incontro con l’Altro da Sé. L’istituzione psichiatrica, come ricorda Kaës[2] funziona con un potente “patto denegativo”, atto a mantenere nei suoi interstizi il sequestro di aspetti o di parti della vita emotiva individuale e familiare, ma può tendere anche a  configurarsi come “un luogo di ricomposizione della pensabilità di una esperienza emotiva altrimenti caotica”(Carratelli)[3]I ritmi aziendali sono così frenetici che la cornice di pensabilità è messa a dura prova e, come ricorda Carratelli, è inevitabile l’oscillazione tra un lavorare in modi operanti il diniego della sofferenza mentale e altri volti a ritrovare, per primo, dentro di Sé un luogo di ricomposizione, di pensabilità.  Usando la metafora artistica come strumento di ingresso nel valore profondo di una lettura della funzione creativa, facciamo riferimento alle opere di due artisti appartenenti all’avanguardia parigina Jean Tinguely (1925-1991) e sua moglie Niki de Saint Phalle (1930-2002). Tinguely assembla pezzi che apparentemente non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro, ne fa degli automi, delle macchine capaci di muoversi di interagire e creare rumore: in una parola delle sculture viventi. Ciò che apparentemente però, riportato al paragone col contesto istituzionale, potrebbe sembrare quasi disumanizzante, invece fa della metafora dell’ingranaggio una chiave di lettura sicuramente interessante. Un ulteriore aiuto per  la riflessione sull’argomento è rintracciabile nell’opera  Meta-Matic  del 1959. Quest’opera è un esempio straordinario della poetica dell’artista che ha sempre coniugato l’arte delle macchine e della cinetica con l’ironia. Meta-matic, è una macchina a gettoni che dipinge quadri automaticamente, l’interazione del pubblico era fondamentale, poiché lo spettatore doveva prima procurarsi i gettoni alla biglietteria, poi poteva personalmente mettere in moto l’opera d’arte. I gettoni erano personalizzati e “coniati” Tinguely da un lato e Meta-matic dall’altro. Il fruitore dell’opera inoltre poteva scegliere il colore del pennarello che sarebbe stato applicato sul braccio meccanico di questo congegno. Una volta inserita la moneta la macchina cominciava a muoversi e dipingeva la tela bianca. produceva così un quadro astratto informale monocolore che rimaneva proprietà dello spettatore. Un’opera metalinguistica, interattiva, cinetica che da il via ad una performance che critica in modo beffardo tutto il sistema dell’arte. L’artista ci propone delle immagini molto stimolanti rispetto al tema dell’istituzione secondo la nostra lettura, laddove ciò che apparentemente è inanimato può divenire ingranaggio funzionale e funzionante. La dimensione del “bello” non è qui classicamente contemplata, ma diviene invece creazione, prodotto non fine a se stesso ma immagine autorigenerante che si rinnova continuamente non essendo mai uguale a se e all’idea originaria del suo creatore, poiché attivamente interagente con l’ambiente circostante. Così come la fontana di Tinguely dialoga col contesto modulandosi attraverso gli spruzzi d’acqua, le luci naturali ed artificiali, le stagioni, l’osservatore che la guarda, così l’istituzione al di là di un meccanicismo sterile, può far confluire il pensiero attraverso ingranaggi imperfetti, diversi, apparentemente slegati rendendo non immobile ma rigenerante la quotidianità della relazione d’aiuto. Il gettone di Meta-matic impersonale ed allo stesso tempo precisamente coniato dal suo autore, può essere visto come l’alimentare un freddo automa che finge di creare un’opera d’arte attraverso un’opera d’arte oppure può stimolare una metacomunicazione che non si fermi ad una lettura statica dell’istituzione, riferendoci al nostro contesto, ma preveda nella scelta stessa dell’inserire il gettone e del colore da utilizzare, un modo simile e diverso allo stesso tempo, di vivere il proprio ruolo all’interno di ciò che causa spesso una sensazione di deumanizzazione, portando comunque con sé aspetti creativi e personali delle esperienze vissute.


[1] Hillman, J., “Le storie che curano”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1984, p. III

[2] Käes, R., “Prefazione” a: AA.VV. “L’istituzione e le istituzioni”. Borla, Roma, 1991

[3] Carratelli, T.I., “Il contributo della psicoanalisi all’umanizzazione dei luoghi di cura delle psicosi: pensieri su una esperienza”in: http://www.aipsi.it/simages/decennale/Carratelli.html

 

Annunci