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Un laboratorio di Arteterapia in un Centro Alzheimer

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Di Ivana Bellomo

Vorrei condividere con voi i miei primi passi all’interno di un laboratorio con persone affette da Alzheimer. Circa sei mesi fa’ inizia il mio lavoro come arte terapeuta nel centro Alzheimer di Caltanissetta, al fine di sperimentare l’arteterapia in questo campo ancora poco conosciuto, difficile da comprendere e sostenere. Gli interventi oggi applicati sulla demenza in generale consistono per lo più in attività di stimolazione cognitiva al fine di rallentare il più possibile il deterioramento progressivo e spesso veloce cui i pazienti vanno incontro. L’arteterapia s’inserisce tra le proposte che intendono contenere gli aspetti emotivi connessi alla malattia e che accompagnano verso il declino della memoria, delle abilità cognitive, dell’autonomia.

“Senza desiderio e senza memoria” come dice Bion, mi approccio a questo nuovo mondo organizzando un setting di lavoro e dei criteri di inserimento al gruppo…. Che oserei dire ora significativamente “difensivo”. Ovvero, insieme all’equipe del centro, pensavamo fosse più funzionale un gruppo chiuso, utenti “selezionati” da noi, un’ora di attività, una porta chiusa…. Una libera espressione. Così fu. La risposta dei partecipanti al laboratorio è stata assolutamente positiva. L’approccio al materiale e la realizzazione del prodotto era ovviamente diverso da persona a persona, a seconda della motivazione del momento, delle possibilità di ognuno, ecc. In ogni caso le risorse del gruppo sostenevano il singolo. La libera espressione prendeva la forma narrativa, raccoglieva ricordi lontani e recenti. A ogni incontro era necessario ripresentarsi, ripresentare le immagini fatte nell’incontro precedente. Rispetto a questo primo ciclo di lavoro ho realizzato un video. Al peggiorare delle condizioni di alcuni dei partecipanti…. Il nostro setting cominciava a richiedere cambiamenti. Due operatori del centro che fanno da osservatori partecipanti entravano in ansia quando E. manifestava il bisogno di uscire, quando C. si rifiutava di entrare, quando S. non teneva più in mano il pennello, quando M. tentava di bere la tempera. Temevamo tutti di perderli!

In realtà frustrazione e impotenza vissute rispetto agli accadimenti descritti erano anche sentite rispetto al rischio di “morte” vissuto dai pazienti prima e da operatori poi. La verbalizzazione del nostro controtransfert ci ha consentito di attraversare una fase di cambiamento. Ora il nostro gruppo è aperto a persone che per loro motivazione o semplice curiosità vogliono entrare, E. esce ed entra secondo i suoi ritmi, S. non prende pennelli ma ascolta. Il tavolo di lavoro che accoglie gli utenti è imbandito di colori e mandala pronti a raccogliere tracce, emozioni, ricordi attraverso un confine che rassicura e un centro che sostiene.

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