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Evgen Bavcar- Il fotografo che rende visibile l’invisibile.

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Di Gabriella Cinà

“Osservo le cose con gli occhi chiusi”

In una riflessione sull’arteterapia e sul valore delle immagini come strumento, quest’artista si impone nella mia mente. Ci riporta ad un contatto con le immagini interiori e ci guida in un campo racchiuso dalle sue parole:  “C’è sempre un infinito, da cogliere senza avere la pretesa di conoscerlo del tutto.”

L’incontro con l’altro soprattutto in chiave non verbale, ci immerge in questo mondo in cui il predominio dello sguardo su cui Bavcar ci invita a riflettere, spesso non permette di far emergere la bellezza di uno “specchio rotto”.

“Ho passato la vita a mettere insieme i pezzi per costruire uno specchio rotto, ognuno ha il diritto di ESSERE BELLO.”

Un incidente fisico ti riporta all’idea dello specchio rotto, se non ci fosse, dice Bavcar, non si avrebbe il desiderio di costruire un’immagine, nè di oltrepassare un’unica qualità dello sguardo. Un fotografo non vedente, delle immagini che attengono ad una dimensione che l’artista stesso definisce mistica, nel senso del contatto con l’invisibile e non conoscibile, per un arte terapeuta sono strumenti di riflessione su quanto il non verbale passi anche dal chiudere gli occhi quando ci si avvicina all’altro per sentire le sue immagini con gli altri sensi, per essere guidati dal buio. Estremamente intense ed evocative le sue foto si intuiscono, si svelano, escono fuori dagli sfondi, sfumate entrano dentro e aprono un nuovo tempo in cui guardare con gli occhi dell’anima.

Di seguito il link di un’intervista all’artista:

Alcune note biografiche e siti di riferimento:

Evgen Bavcar è nato in Slovenia, a Lokavec (una piccola città vicino ai confini con l’Italia) nel 1946. La sua infanzia trascorse in maniera del tutto normale, finché un giorno mentre giocava si ferì gravemente all’occhio sinistro con un ramo. I dottori dovettero asportare l’occhio e mettergli una protesi. Dopo soli pochi mesi fu l’esplosione di una mina a danneggiare gravemente anche l’altro occhio.  Filosofo, nell’87 ebbe la sua prima mostra e da allora continua a pubblicare libri di fotografia, ad allestire i suoi lavori a Parigi, in Germania, Italia, Brasile, Canada e altri paesi; in più insegna e tiene conferenze di estetica in Europa.

Alcuni riferimenti sitografici:

www.zonezero.com/exposiciones/fotografos/bavcar/index.html#

http://www.binario5.com/2011/06/evgen-bavcar-e-la-fotografia-etica/

www.timeoutintensiva.it/g_out.php?id=12&f=OF#!gallery[graffiti]/0/

http://www.romaexhibit.it/mostre/evgen-bavcar-il-buio-uno-spazio

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Cenni sull’uso della tempera

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Il termine tempera è un termine ambiguo: sostanzialmente si riferisce all’azione con cui il pittore ‘stempera’ o ‘mestica’ i pigmenti puri unendoli a un legante. Nella tradizione pittorica occidentale, dal medioevo al XVIII secolo, questo legante non era identificato necessariamente con l’acqua, o meglio, l’acqua ne era solo uno degli elementi. Spesso alla ricetta di questo legante (medium) partecipava anche l’olio di lino o di noce, la cui presenza porta comunemente a definire una tecnica pittorica come ‘pittura ad olio‘. In realtà molte pitture antiche, come quelle fiamminghe, venete o fiorentine, che vengono definite ad olio sono tecniche miste, in cui i primi strati erano eseguiti con una sorta di tempera. Perciò il rosso d’uovo, nelle antiche stemperature, non aveva la mera funzione di legante ma, in virtù delle caratteristiche chimiche del tuorlo, anche quella di creare emulsioni di olio e acqua. In alcune antiche ricette, a formare i leganti (medium) per pittura, intervenivano oltre ad acqua e rosso d’uovo anche olii, essenze, resine, balsami e perfino cere. Nell’ epoca modernaAnnigoni da profondo conoscitore delle antiche tecniche pittoriche, ha avuto il merito di riportare in voga l’uso della “tempera all’uovo” (detta anche tempera grassa nel caso siano aggiunte sostanze proteiche o oleose all’uovo), con cui ha realizzato la maggior parte dei ritratti. Da ciò si evince che le odierne definizioni di tecniche a tempera o ad olio mal si attagliano a molte delle antiche produzioni artistiche. Spesso i pittori antichi (un esempio sono ilTintoretto o il Veronese), e in specie per opere di grande formato, eseguivano un primo abbozzo con una sorta di tempera oleosa (perciò non strettamente tempera) e in seguito proseguivano il dipinto su questo strato magro ingrassandolo con maggiori quantità di olii e di resine. Questa sorta di tecnica mista è stata ripresa anche in età moderna da quei pittori, come Giorgio De Chirico, che studiarono in profondità le antiche tradizioni pittoriche in tutti i loro risvolti tecnici. Molte opere di questo maestro sfuggono alle definizioni di tempera od olioma sarebbero da chiamarsi, come molte opere antiche, con la definizione di tecnica mista

 

I pennelli

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Strumento proprio della pittura, il pennello interessa tuttavia anche la storia del disegno fino dai suoi esordi.

In sostituzione, o come alternativa alla penna, lo si trova impiegato di frequente nel Medio Evo, sia per narrazioni di una forza popolaresca intessute su trame di tratti larghi e semplificati (simili, ma più scorrevoli rispetto a quelli della penna di canna), sia per descrizioni più accurate, realizzate con strumenti a punta sottilissima. Tempestivamente inoltre gli artisti compresero come certe sue caratteristiche e certe sue modalità di impiego potessero tornare particolarmente utili, Usando colori più o meno diluiti ed eventualmente ritornandovi sopra a più riprese, il pennello consentiva infatti di coprire vaste zone di ombreggiatura, con pari efficacia ma con rapidità molto maggiore di quella consentita dal più laborioso sistema dei tratteggi.

Da A.Petrioli Tofani “I materiali e le tecniche”