Archivi categoria: chi è l’arteterapeuta

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In occasione del trentennale di Art Therapy Italiana le attività sul territorio siciliano

Quattro passi verso l’expò
trentennale di art therapy italiana

Sabato 9 giugno dalle 17.30 alle19.30
“Leggerezza”
Un’esperienza pratico-simbolica
Conduttori Gabriella Cinà, Vanni Quadrio
L’incontro è rivolto a tutta la popolazione
Galleria d’arte Spazio Parallelo, via della Libertà 34, Palermo

lunedì 11 Giugno 2012 ore 9.30
Lunedì 10 settembre 2012
“La dimensione estetica e crea tiva dell’esperienza”
Conduttore Bina Guarneri
Incontro di Arte Terapia per docenti
D.D. “G. Lauricella”-Agrigento
Istituto Comprensivo “Esseneto” Agrigento

Sabato 23 giugno orario dalle 10.00 alle 12.00
“L’arte dell’incontro. Operatori e minori stranieri non accompagnati:
un approccio possibile attraverso l’arteterapia”
Conduttore Adriana Falanga
L’incontro è rivolto a tutti coloro (operatori, educatori, psicologi, assistenti sociali,
mediatori culturali) che si occupano dell’accoglienza e della cura ai msna.
sede operativa cooperativa sociale No Colors, vicolo S.Carlo 44, Palermo

Sabato 8 settembre dalle 17.30 alle 19.30
“Palermo/Bologna, quattro passi verso l’expò”
riflessioni e progetti sulla professione dell’arteterapeuta
Conduttori Gabriella Cinà, Vanni Quadrio

L’incontro è rivolto a tutta la popolazione
studio di psicologia e Arte Terapia via M.Stabile 261, Palermo

a cura di Art Therapy Sicilia

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Evgen Bavcar- Il fotografo che rende visibile l’invisibile.

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Di Gabriella Cinà

“Osservo le cose con gli occhi chiusi”

In una riflessione sull’arteterapia e sul valore delle immagini come strumento, quest’artista si impone nella mia mente. Ci riporta ad un contatto con le immagini interiori e ci guida in un campo racchiuso dalle sue parole:  “C’è sempre un infinito, da cogliere senza avere la pretesa di conoscerlo del tutto.”

L’incontro con l’altro soprattutto in chiave non verbale, ci immerge in questo mondo in cui il predominio dello sguardo su cui Bavcar ci invita a riflettere, spesso non permette di far emergere la bellezza di uno “specchio rotto”.

“Ho passato la vita a mettere insieme i pezzi per costruire uno specchio rotto, ognuno ha il diritto di ESSERE BELLO.”

Un incidente fisico ti riporta all’idea dello specchio rotto, se non ci fosse, dice Bavcar, non si avrebbe il desiderio di costruire un’immagine, nè di oltrepassare un’unica qualità dello sguardo. Un fotografo non vedente, delle immagini che attengono ad una dimensione che l’artista stesso definisce mistica, nel senso del contatto con l’invisibile e non conoscibile, per un arte terapeuta sono strumenti di riflessione su quanto il non verbale passi anche dal chiudere gli occhi quando ci si avvicina all’altro per sentire le sue immagini con gli altri sensi, per essere guidati dal buio. Estremamente intense ed evocative le sue foto si intuiscono, si svelano, escono fuori dagli sfondi, sfumate entrano dentro e aprono un nuovo tempo in cui guardare con gli occhi dell’anima.

Di seguito il link di un’intervista all’artista:

Alcune note biografiche e siti di riferimento:

Evgen Bavcar è nato in Slovenia, a Lokavec (una piccola città vicino ai confini con l’Italia) nel 1946. La sua infanzia trascorse in maniera del tutto normale, finché un giorno mentre giocava si ferì gravemente all’occhio sinistro con un ramo. I dottori dovettero asportare l’occhio e mettergli una protesi. Dopo soli pochi mesi fu l’esplosione di una mina a danneggiare gravemente anche l’altro occhio.  Filosofo, nell’87 ebbe la sua prima mostra e da allora continua a pubblicare libri di fotografia, ad allestire i suoi lavori a Parigi, in Germania, Italia, Brasile, Canada e altri paesi; in più insegna e tiene conferenze di estetica in Europa.

Alcuni riferimenti sitografici:

www.zonezero.com/exposiciones/fotografos/bavcar/index.html#

http://www.binario5.com/2011/06/evgen-bavcar-e-la-fotografia-etica/

www.timeoutintensiva.it/g_out.php?id=12&f=OF#!gallery[graffiti]/0/

http://www.romaexhibit.it/mostre/evgen-bavcar-il-buio-uno-spazio

Le radici di una scelta

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Di Dario Ferrara

Concettualmente la mia avventura inizia così: una firma, fogli di carta sparsi per la stanza e tanta speranza per affrontare il futuro. Sebbene questa non sia propriamente una recensione su un artista o su una particolare tecnica terapeutica, se mi è concesso, mi piacerebbe narrare dell’incipit che mi ha portato a intraprendere a dipingere questo enorme mosaico ancora oggi incompleto.

Le radici della mia scelta risalgono a qualche tempo fa, era il mio primo anno di università e inviarono me e altri colleghi: eravamo inesperti e privi di guida in un Centro Diurno, l’impatto con la malattia mentale  fu durissimo, ricordo il disorientamento e la paura , inesorabilmente alcuni di noi capirono che quella non era la loro realtà, si sentivano inermi, incapaci, cercavano risposte e forse non avevano la giusta pazienza di trovarne, dunque abbandonarono di lì a poco questa strada e ne intrapresero altre.

Voi vi chiederete: Cosa c’entra L’arte terapia con questo?

Ebbene, chi mi ha insegnato l’importanza dell’ arte legandola a sua volta all’aiuto clinico non è stato un medico o un operatore del centro, è stata L.

L è una donna, malata di tumore, le dosi massicce di chemioterapia interferivano con il dosaggio psicofarmacologico  dunque la sintomatologia positiva era persistente, credeva di essere S. Rosalia inviata dal signore per porre rimedio ai problemi di Palermo. Aveva un cipiglio severo, austera, bacchettava tutti operatori e pazienti per le loro condotte immorali, interferiva e faceva gran chiasso e spesso si trovava a pregare in mezzo ai corridoi, genuflessa e in meditazione. Nonostante ciò sembrava essere molto legata a me, mi prese in simpatia e spesso quando non eravamo impegnati nelle principali attività riabilitative andavamo in una saletta adibita alle attività ricreative. Fu lì  che L mi chiese un foglio di carta ” mi è venuto in mente qualcosa, ma…no, aspetta: non potresti capire te lo disegnerò”. Mi chiese di stare immobile mentre lei veloce utilizzava la matita per vergare il foglio, notavo come tutto questo la rilassasse,  il cipiglio austero, i deliri, era tutto attenuato da quel setting fatto di colori e matite. Quando finì, mi diede il prodotto finito: era un ritratto, il mio ritratto.

Potei osservare con attenzione degli elementi che lei subito confermò: mi somigliava, ma la mia figura era avvolta da un aria grottesca, occhi infossati, mani scheletriche.

“Mi trovi così brutto?”

“Non sei tu, è così che i miei occhi vedono il mondo”

Da quel momento L iniziò a raccontarmi di lei, della sua vita, delle difficoltà con la famiglia, della sua solitudine, della complicazione e la convivenza forzata con un cancro. Allora realizzai, capì quanto fosse  potente lo strumento pittorico per determinate persone, di come potesse essere lenitivo e di collaborazione clinica l’uso di programmi di disegno o di “esplosione artistica” come li chiamava L.

Parlai con il dirigente della struttura, e di lì a poco venni inserito in un gruppo di espressione artistica, vidi il cambiamento di L, prima da austera e dura dopo da serena e pacata, vidi il cambiamento dei suoi disegni prima spigolosi e inquadrati nella patologia, poi colorati e pieni di forme armoniche.

“Mi vedi sempre così brutto come nel tuo disegno? “ le chiesi un giorno

Lei sorrise sotto i baffi  celando l’espressione sotto gli enormi cappelli che metteva per  nascondere il capo pelato.

“Anche se vedessi qualcosa di brutto ho imparato che basta pensare sulle cose belle di questo mondo, basta cose brutte, per questo ci sono i colori e non solo il nero “

E così realizzai, ero ancora troppo inesperto al tempo, a posteriori realizzai quanto potesse essere utile in assetto riabilitativo collezionare i dati pittorici e il lato emotivo che veniva riversato in essi per agire, comprendere, iniziare un percorso volto al miglioramento di tali condizioni psicopatologiche. Questo piccolo ritaglio e questa condivisione delle mie esperienze spero che sia di spunto per i soci e per chi si interroga sull’utilità clinica e riabilitativa dell’ Arteterapia.