Archivio mensile:gennaio 2012

Le radici di una scelta

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Di Dario Ferrara

Concettualmente la mia avventura inizia così: una firma, fogli di carta sparsi per la stanza e tanta speranza per affrontare il futuro. Sebbene questa non sia propriamente una recensione su un artista o su una particolare tecnica terapeutica, se mi è concesso, mi piacerebbe narrare dell’incipit che mi ha portato a intraprendere a dipingere questo enorme mosaico ancora oggi incompleto.

Le radici della mia scelta risalgono a qualche tempo fa, era il mio primo anno di università e inviarono me e altri colleghi: eravamo inesperti e privi di guida in un Centro Diurno, l’impatto con la malattia mentale  fu durissimo, ricordo il disorientamento e la paura , inesorabilmente alcuni di noi capirono che quella non era la loro realtà, si sentivano inermi, incapaci, cercavano risposte e forse non avevano la giusta pazienza di trovarne, dunque abbandonarono di lì a poco questa strada e ne intrapresero altre.

Voi vi chiederete: Cosa c’entra L’arte terapia con questo?

Ebbene, chi mi ha insegnato l’importanza dell’ arte legandola a sua volta all’aiuto clinico non è stato un medico o un operatore del centro, è stata L.

L è una donna, malata di tumore, le dosi massicce di chemioterapia interferivano con il dosaggio psicofarmacologico  dunque la sintomatologia positiva era persistente, credeva di essere S. Rosalia inviata dal signore per porre rimedio ai problemi di Palermo. Aveva un cipiglio severo, austera, bacchettava tutti operatori e pazienti per le loro condotte immorali, interferiva e faceva gran chiasso e spesso si trovava a pregare in mezzo ai corridoi, genuflessa e in meditazione. Nonostante ciò sembrava essere molto legata a me, mi prese in simpatia e spesso quando non eravamo impegnati nelle principali attività riabilitative andavamo in una saletta adibita alle attività ricreative. Fu lì  che L mi chiese un foglio di carta ” mi è venuto in mente qualcosa, ma…no, aspetta: non potresti capire te lo disegnerò”. Mi chiese di stare immobile mentre lei veloce utilizzava la matita per vergare il foglio, notavo come tutto questo la rilassasse,  il cipiglio austero, i deliri, era tutto attenuato da quel setting fatto di colori e matite. Quando finì, mi diede il prodotto finito: era un ritratto, il mio ritratto.

Potei osservare con attenzione degli elementi che lei subito confermò: mi somigliava, ma la mia figura era avvolta da un aria grottesca, occhi infossati, mani scheletriche.

“Mi trovi così brutto?”

“Non sei tu, è così che i miei occhi vedono il mondo”

Da quel momento L iniziò a raccontarmi di lei, della sua vita, delle difficoltà con la famiglia, della sua solitudine, della complicazione e la convivenza forzata con un cancro. Allora realizzai, capì quanto fosse  potente lo strumento pittorico per determinate persone, di come potesse essere lenitivo e di collaborazione clinica l’uso di programmi di disegno o di “esplosione artistica” come li chiamava L.

Parlai con il dirigente della struttura, e di lì a poco venni inserito in un gruppo di espressione artistica, vidi il cambiamento di L, prima da austera e dura dopo da serena e pacata, vidi il cambiamento dei suoi disegni prima spigolosi e inquadrati nella patologia, poi colorati e pieni di forme armoniche.

“Mi vedi sempre così brutto come nel tuo disegno? “ le chiesi un giorno

Lei sorrise sotto i baffi  celando l’espressione sotto gli enormi cappelli che metteva per  nascondere il capo pelato.

“Anche se vedessi qualcosa di brutto ho imparato che basta pensare sulle cose belle di questo mondo, basta cose brutte, per questo ci sono i colori e non solo il nero “

E così realizzai, ero ancora troppo inesperto al tempo, a posteriori realizzai quanto potesse essere utile in assetto riabilitativo collezionare i dati pittorici e il lato emotivo che veniva riversato in essi per agire, comprendere, iniziare un percorso volto al miglioramento di tali condizioni psicopatologiche. Questo piccolo ritaglio e questa condivisione delle mie esperienze spero che sia di spunto per i soci e per chi si interroga sull’utilità clinica e riabilitativa dell’ Arteterapia.

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Diario di Gravidanza

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Diario di Gravidanza
Sabir ospiterà da febbraio:
“DIARIO DI GRAVIDANZA”
Un percorso di accompagnamento alla maternità

Un viaggio tra parole, emozioni e segni.
Mentre il corpo si adatta naturalmente ad accogliere il bambino che dovrà nascere, trovare uno spazio da dedicare alla sfera emotiva non è sempre facile.
Ci si preoccupa soprattutto della parte medica e si tralascia di coltivare quel delicato spazio emotivo necessario ad accogliere con consapevolezza e serenità l’arrivo del bambino.
Diventare madri significa attraversare un vero e proprio tumulto. Significa scoprire una quantità di nuove sensazioni che hanno bisogno di essere pensate, guardate e accolte in uno spazio protetto.

Attraverso un percorso tra parole e segni si costruirà un “Diario di gravidanza” nel quale raccontare vissuti, emozioni, sensazioni, paure e gioie fino all’evento della nascita. Dal punto di vista tanto della mamma quanto della donna.
Alla fine del viaggio il diario costruito racconterà la storia di una donna che diventa mamma. E sarà fondamento di un’altra storia, ancora tutta da scrivere, per il nuovo nato.
Due gli strumenti elettivi attraverso cui realizzare il percorso: il gruppo di confronto e l’arte terapia.
Il gruppo di confronto, tramite l’uso della parola, evidenzierà le tappe fondamentali di questo itinerario. L’arte terapia, attraverso gli strumenti dell’espressione creativa e l’uso dei materiali artistici, permetterà che vissuti difficilmente esprimibili a parole trovino forma, senso, corpo e spazio, diventando memoria.
DURATA E FREQUENZA:
il percorso è di otto incontri con cadenza settimanale
INFO:
Francesca Giannettino arteterapeuta
tel. 380.1388699

Elena Milletarì psicoterapeuta
tel. 338.3738717

Gli incontri si terranno da  SABIR
Via Catania 13, Palermo Tel. 091.9767689
sabirpalermo@libero.it

Corso propedeutico Palermo Gennaio 2012

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Docenti: ClaudiaBongiorno

Luogo: Data: Orario:

Palermo, c/o Studio di Psicologia, Psicoterapia e Arte Terapia, Via Mariano Stabile, 261 Sabato 21 Gennaio 2012

09.00 – 17.00

La Giornata Introduttiva Propedeutica avvia i partecipanti ai principi dell’Arte Terapia.

Nel corso dell’incontro, attraverso momenti teorici e di pratica esperienziale, vengono trattati gli argomenti basilari della metodologia ed illustrate le modalità ed i percorsi fondanti il Programma di Formazione e l’Istituto di Psicoterapia Espressiva (riconosciuto dal M.I.U.R con Decreto del 23/07/2004).

La giornata propedeutica permette ai partecipanti di esplorare le tecniche e le teorie di riferimento su cui si basa l’intervento clinico e formativo di Art Therapy Italiana. Il corso prevede un intreccio continuo tra laboratori e momenti di riflessione che, partendo dall’esperienza, consentano di cogliere gli elementi fondamentali delle tre principali aree tematiche che caratterizzano l’arte terapia (processo creativo e uso dei materiali; ruolo e funzione delle immagini; relazione con l’oggetto interno ed esterno).

Coloro che sono interessati al Programma di Formazione in Arte Terapia o all’Istituto di Psicoterapia Espressiva Integrata all’Arte Terapia (riconosciuto dal M.I.U.R con Decreto del 23/07/2004) possono richiedere al termine del Corso, di effettuare il colloquio di ammissione.

Art Therapy Italiana, Via Barberia 13 – 40123 Bologna Tel./fax: 051 644 04 51 Mail: segreteria@arttherapyit.org http://www.arttherapyit.org

Il corso è a numero chiuso (massimo 12 partecipanti) e sarà attivato solo a raggiungimento di un numero minimo di 4 persone. Termine iscrizioni: 16 Gennaio 2012

Arteterapia e Adolescenza

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Da: Arte Terapia e il lavoro con gli adolescenti: dal vissuto corporeo alla capacità di simbolizzazione

Mimma Della Cagnoletta, Loretta Salzillo

“Gli adolescenti amano la dimensione gruppale, attraverso cui la loro individualità viene a rafforzarsi. Oggetti identificativi , legati ai vestiti, alla musica, ai tatuaggi o ai piercing , creano un “corpo collettivo”, più forte e sicuro di quello individuale, che sancisce un’identità riconosciuta e riconoscibile. Ma il gruppo può essere anche difficile da gestire, perchè può inglobare il singolo, intrappolarlo in comportamenti aggressivi o autolesivi, oppure può respingere, estraniare ed isolare quell’adolescente che tenta di mantenere degli elementi identificatori personali e diversi dai compagni, ma è troppo debole per reggere l’attacco e il confronto del gruppo. Nel gruppo di arte terapia, l’uguaglianza e la diversità, legate a volte a contenuti innominabili, possono essere espressi,comunicati e messi in forma, testimoniando un’esistenza spesso difficile da capire o da tollerare. Fondersi- separarsi, incontrarsi- salutarsi, prendere- dare sono le esperienze che continuamente vengono esperite nel gruppo, permettendo la costruzione o ricostruzione di quella base sicura su cui costruire la propria identità.”

Un pò di storia…2009-2010 Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

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2009-2010 Giornata internazionale contro la violenza sulle donne-

Art Therapy Italiana Sicilia – Associazione Mediterranea di psicodramma – Istituto di psicoterapia della Gestalt HCC

Workshop integrato sul tema -L’idea di una riflessione sul tema della lotta contro la violenza sulle donne attraverso un’esperienza integrata, nasce dall’incontro di tre metodologie (Arteterapia, Psicodramma analitico Junghiano e Psicoterapia della Gestalt) che fanno del processo creativo lo strumento di lettura delle trasformazioni individuali e sociali. La proposta di fare esperienza, con un breve viaggio, di tre laboratori differenti con lo stesso tema, vuole stimolare la riflessione sulle diverse possibilità di trasformare e valorizzare l’incontro tra maschile e femminile.

Conduttori 2010

Art Therapy Italia Sicilia

Gabriella Cinà Vanni Quadrio  – Vittoria Castagna

Associazione Mediterranea Psicodramma

Concetta Romano Chiara De Franchis Alba Galluzzo

Istituto di Psicoterapia della Gestalt

 Rosanna Militello Nunzia Sgadari

Conduttori 2009

Art Therapy Italiana Sicilia Gabriella Cinà Vanni Quadrio  – Emilia Guarino

Associazione Mediterranea Psicodramma

Concetta Romano Chiara De Franchis Alba Galluzzo Gilda Vietri

Istituto di Psicoterapia della Gestalt

Rosanna Militello Nunzia Sgadari Michele Ammirata

2009 Installazione artistica a cura dei Soci Art Therapy Italiana Sicilia “Una stanza tutta per sè”- Performance teatrale di Rosalia Billeci “Di donne…di dee”

2010 Performance di Teatro e Poesia di Francesca Guajana “Non chiudere gli occhi”

 

Funzione creativa e Istituzione

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Da: Funzione creativa e istituzione: un’esperienza sul campo di costruzione di percorsi attraverso il linguaggio artistico.

Franco La Rosa, Gabriella Cinà

«Immagino la mente sia fondata non sulle microstrutture del cervello

o del linguaggio, ma su quelle storie supreme, gli Dei, che

costituiscono i modelli fondamentali del nostro agire, credere,

conoscere, sentire e soffrire, dove possono persino trovare dimora. È’

soltanto nelle storie che questi Dei si mostrano ancora.

La mente è fondata nella sua stessa attività narrativa, nel suo fare fantasia.

Questo“fare” è poiesis».

  Hillman[1],.

 

Il “fare” come atto creativo in cui le storie hanno dimora, appartiene all’individuo ma può appartenere anche all’istituzione, laddove la mente individuale e di gruppo si leghi al concetto stesso del “CREARE”.  Se il prodotto creativo è  caratterizzato da elementi quali novità, fruibilità e consenso, ciò che è creativo è in qualche modo originario, distinguendosi dalla tradizione ma confrontandosi con essa. In questo senso allora, una lettura attraverso la testimonianza di uno spazio artistico come spazio potenziale winnicottiano, permette di riappropriarsi attraverso la coerenza del gesto, del rapporto fra il proprio mondo simbolico e la necessità della comunicazione. Il simbolo si costituisce come parte dell’oggetto che rimanda ad una sua interezza, persa in quanto irrimediabilmente frammentata, ma che nell’incontro con l’Altro può trovare occasione di ricongiungimento. Il mito racconta che in tempi antichi, quando due amici si separavano per andare incontro al proprio destino spezzavano in due una tavoletta con inciso un cartiglio (un disegno particolare, unico per ogni coppia di amici); questa tavoletta era chiamata <simbolon>, se in un futuro lontano si fossero ritrovati, trasformati dalle circostanze della vita, essi avrebbero potuto riconoscersi mettendo insieme i due frammenti dell’originale “simbolon”, il cui cartiglio avrebbe ritrovato significato proprio da questo ricongiungimento. Lo spazio creativo e la sua stessa esistenza reale all’interno di un’istituzione, può divenire occasione di ricongiungimento di parti frammentate del Sé nell’incontro con l’Altro da Sé. L’istituzione psichiatrica, come ricorda Kaës[2] funziona con un potente “patto denegativo”, atto a mantenere nei suoi interstizi il sequestro di aspetti o di parti della vita emotiva individuale e familiare, ma può tendere anche a  configurarsi come “un luogo di ricomposizione della pensabilità di una esperienza emotiva altrimenti caotica”(Carratelli)[3]I ritmi aziendali sono così frenetici che la cornice di pensabilità è messa a dura prova e, come ricorda Carratelli, è inevitabile l’oscillazione tra un lavorare in modi operanti il diniego della sofferenza mentale e altri volti a ritrovare, per primo, dentro di Sé un luogo di ricomposizione, di pensabilità.  Usando la metafora artistica come strumento di ingresso nel valore profondo di una lettura della funzione creativa, facciamo riferimento alle opere di due artisti appartenenti all’avanguardia parigina Jean Tinguely (1925-1991) e sua moglie Niki de Saint Phalle (1930-2002). Tinguely assembla pezzi che apparentemente non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro, ne fa degli automi, delle macchine capaci di muoversi di interagire e creare rumore: in una parola delle sculture viventi. Ciò che apparentemente però, riportato al paragone col contesto istituzionale, potrebbe sembrare quasi disumanizzante, invece fa della metafora dell’ingranaggio una chiave di lettura sicuramente interessante. Un ulteriore aiuto per  la riflessione sull’argomento è rintracciabile nell’opera  Meta-Matic  del 1959. Quest’opera è un esempio straordinario della poetica dell’artista che ha sempre coniugato l’arte delle macchine e della cinetica con l’ironia. Meta-matic, è una macchina a gettoni che dipinge quadri automaticamente, l’interazione del pubblico era fondamentale, poiché lo spettatore doveva prima procurarsi i gettoni alla biglietteria, poi poteva personalmente mettere in moto l’opera d’arte. I gettoni erano personalizzati e “coniati” Tinguely da un lato e Meta-matic dall’altro. Il fruitore dell’opera inoltre poteva scegliere il colore del pennarello che sarebbe stato applicato sul braccio meccanico di questo congegno. Una volta inserita la moneta la macchina cominciava a muoversi e dipingeva la tela bianca. produceva così un quadro astratto informale monocolore che rimaneva proprietà dello spettatore. Un’opera metalinguistica, interattiva, cinetica che da il via ad una performance che critica in modo beffardo tutto il sistema dell’arte. L’artista ci propone delle immagini molto stimolanti rispetto al tema dell’istituzione secondo la nostra lettura, laddove ciò che apparentemente è inanimato può divenire ingranaggio funzionale e funzionante. La dimensione del “bello” non è qui classicamente contemplata, ma diviene invece creazione, prodotto non fine a se stesso ma immagine autorigenerante che si rinnova continuamente non essendo mai uguale a se e all’idea originaria del suo creatore, poiché attivamente interagente con l’ambiente circostante. Così come la fontana di Tinguely dialoga col contesto modulandosi attraverso gli spruzzi d’acqua, le luci naturali ed artificiali, le stagioni, l’osservatore che la guarda, così l’istituzione al di là di un meccanicismo sterile, può far confluire il pensiero attraverso ingranaggi imperfetti, diversi, apparentemente slegati rendendo non immobile ma rigenerante la quotidianità della relazione d’aiuto. Il gettone di Meta-matic impersonale ed allo stesso tempo precisamente coniato dal suo autore, può essere visto come l’alimentare un freddo automa che finge di creare un’opera d’arte attraverso un’opera d’arte oppure può stimolare una metacomunicazione che non si fermi ad una lettura statica dell’istituzione, riferendoci al nostro contesto, ma preveda nella scelta stessa dell’inserire il gettone e del colore da utilizzare, un modo simile e diverso allo stesso tempo, di vivere il proprio ruolo all’interno di ciò che causa spesso una sensazione di deumanizzazione, portando comunque con sé aspetti creativi e personali delle esperienze vissute.


[1] Hillman, J., “Le storie che curano”, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1984, p. III

[2] Käes, R., “Prefazione” a: AA.VV. “L’istituzione e le istituzioni”. Borla, Roma, 1991

[3] Carratelli, T.I., “Il contributo della psicoanalisi all’umanizzazione dei luoghi di cura delle psicosi: pensieri su una esperienza”in: http://www.aipsi.it/simages/decennale/Carratelli.html