Archivio mensile:ottobre 2011

L’Arteterapia come strumento nell’ambito del trapianto d’organi

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Di Gabriella Cinà

– tratto da “Terra e tempo di confine. L’Arteterapia come strumento d’intervento nell’ambito del trapianto d’organi”- Tesi Art Therapy Italiana 2010

Cathy Malchiodi nel suo lavoro di medical art therapy sottolinea come lo strumento artistico nel setting possa supportare l’energia psichica di un paziente che altrimenti potrebbe manifestare comportamenti o stati d’animo distruttivi. L’Arte terapia offre ai pazienti l’opportunità di migliorare il rilassamento anche corporeo, di controllare il dolore fisico nella sua componente psicogena, di rafforzare l’empowerment attraverso la partecipazione ad attività che l’autrice definisce di affermazione della vita.

L’ambito del trapianto d’organi ed il lavoro sull’integrazione e la ridefinizione dell’identità psichica e fisica, è per l’arteterapia sicuramente un lavoro di affermazione della vita. Campo in Italia non ancora esplorato sufficientemente, è ricco di spunti teorici e metodologici. Confrontarsi con questa tipologia di pazienti è estremamente complesso da un punto di vista umano, ma soprattutto da un punto di vista istituzionale. Un grande lavoro va fatto soprattutto nell’ottica della diffusione dello strumento arte terapeutico, come intervento valido nel campo del pre e post trapianto. Tutto ciò comporta un continuo confronto con un livello psicologico, ma anche antropologico soprattutto relativamente al concetto di identità. Solitamente, l’identità è concepita come una costruzione culturale di confini interni (status, genere, età, professione, ecc.) e di confini esterni (razza, etnia, religione, lingua, ecc.) al gruppo sociale. La riflessione sull’identità e sull’alterità, diventa per l’antropologia il punto di partenza per una valutazione critica dei processi di globalizzazione e la condizione erratica di attraversamento di confini, che si sostanzia nella figura del migratore si compone di diverse condizioni (fuga come ricerca, fuga come esilio volontario o forzato, diaspora). Tutto ciò impone di ripensare il concetto di identità come costruzione lacerata, scissa, sempre in costruzione e dunque sempre temporanea. E’ prima di tutto un problema di luogo. Il margine, bordo e delimitazione, è ciò che si situa fuori dal centro e contemporaneamente lo avvolge.  Rispetto a tali possibilità, risulta essenziale soffermarsi brevemente, su cosa possa significare anche da un punto di vista antropologico e sociologico un trapianto. Il confronto con la possibilità di sentirsi migrante, tema che per altri versi racchiude la storia della nostra terra, è l’apertura alla comprensione di uno stato psichico che parli di contatto con la conquista di un territorio interiore. Se antropologicamente la globalizzazione è un’apertura quasi incontrollabile di porte, l’esperienza di incorporazione ed interiorizzazione legata al trapianto è una ricerca di struttura, di confine. L’attraversamento è l’obiettivo di un lavoro terapeutico con questi pazienti, poiché il poter usare la permeabilità psichica e corporea è concetto ed esperienza ben diversa dal sentirsi invasi e perforati da strumenti tecnologici e da “ospiti sconosciuti”. Se, come dice Galimberti, solo il corpo può parlare della morte e della fine attraverso il suo silenzio, riflettere sull’intervento arte terapeutico come luogo in cui accogliere attività di affermazione della vita, non significa proporre una lettura del setting come negazione del limite, ma definizione di uno spazio e tempo di confine.

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Un laboratorio di Arteterapia in un Centro Alzheimer

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Di Ivana Bellomo

Vorrei condividere con voi i miei primi passi all’interno di un laboratorio con persone affette da Alzheimer. Circa sei mesi fa’ inizia il mio lavoro come arte terapeuta nel centro Alzheimer di Caltanissetta, al fine di sperimentare l’arteterapia in questo campo ancora poco conosciuto, difficile da comprendere e sostenere. Gli interventi oggi applicati sulla demenza in generale consistono per lo più in attività di stimolazione cognitiva al fine di rallentare il più possibile il deterioramento progressivo e spesso veloce cui i pazienti vanno incontro. L’arteterapia s’inserisce tra le proposte che intendono contenere gli aspetti emotivi connessi alla malattia e che accompagnano verso il declino della memoria, delle abilità cognitive, dell’autonomia.

“Senza desiderio e senza memoria” come dice Bion, mi approccio a questo nuovo mondo organizzando un setting di lavoro e dei criteri di inserimento al gruppo…. Che oserei dire ora significativamente “difensivo”. Ovvero, insieme all’equipe del centro, pensavamo fosse più funzionale un gruppo chiuso, utenti “selezionati” da noi, un’ora di attività, una porta chiusa…. Una libera espressione. Così fu. La risposta dei partecipanti al laboratorio è stata assolutamente positiva. L’approccio al materiale e la realizzazione del prodotto era ovviamente diverso da persona a persona, a seconda della motivazione del momento, delle possibilità di ognuno, ecc. In ogni caso le risorse del gruppo sostenevano il singolo. La libera espressione prendeva la forma narrativa, raccoglieva ricordi lontani e recenti. A ogni incontro era necessario ripresentarsi, ripresentare le immagini fatte nell’incontro precedente. Rispetto a questo primo ciclo di lavoro ho realizzato un video. Al peggiorare delle condizioni di alcuni dei partecipanti…. Il nostro setting cominciava a richiedere cambiamenti. Due operatori del centro che fanno da osservatori partecipanti entravano in ansia quando E. manifestava il bisogno di uscire, quando C. si rifiutava di entrare, quando S. non teneva più in mano il pennello, quando M. tentava di bere la tempera. Temevamo tutti di perderli!

In realtà frustrazione e impotenza vissute rispetto agli accadimenti descritti erano anche sentite rispetto al rischio di “morte” vissuto dai pazienti prima e da operatori poi. La verbalizzazione del nostro controtransfert ci ha consentito di attraversare una fase di cambiamento. Ora il nostro gruppo è aperto a persone che per loro motivazione o semplice curiosità vogliono entrare, E. esce ed entra secondo i suoi ritmi, S. non prende pennelli ma ascolta. Il tavolo di lavoro che accoglie gli utenti è imbandito di colori e mandala pronti a raccogliere tracce, emozioni, ricordi attraverso un confine che rassicura e un centro che sostiene.

Cenni sull’uso della tempera

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Il termine tempera è un termine ambiguo: sostanzialmente si riferisce all’azione con cui il pittore ‘stempera’ o ‘mestica’ i pigmenti puri unendoli a un legante. Nella tradizione pittorica occidentale, dal medioevo al XVIII secolo, questo legante non era identificato necessariamente con l’acqua, o meglio, l’acqua ne era solo uno degli elementi. Spesso alla ricetta di questo legante (medium) partecipava anche l’olio di lino o di noce, la cui presenza porta comunemente a definire una tecnica pittorica come ‘pittura ad olio‘. In realtà molte pitture antiche, come quelle fiamminghe, venete o fiorentine, che vengono definite ad olio sono tecniche miste, in cui i primi strati erano eseguiti con una sorta di tempera. Perciò il rosso d’uovo, nelle antiche stemperature, non aveva la mera funzione di legante ma, in virtù delle caratteristiche chimiche del tuorlo, anche quella di creare emulsioni di olio e acqua. In alcune antiche ricette, a formare i leganti (medium) per pittura, intervenivano oltre ad acqua e rosso d’uovo anche olii, essenze, resine, balsami e perfino cere. Nell’ epoca modernaAnnigoni da profondo conoscitore delle antiche tecniche pittoriche, ha avuto il merito di riportare in voga l’uso della “tempera all’uovo” (detta anche tempera grassa nel caso siano aggiunte sostanze proteiche o oleose all’uovo), con cui ha realizzato la maggior parte dei ritratti. Da ciò si evince che le odierne definizioni di tecniche a tempera o ad olio mal si attagliano a molte delle antiche produzioni artistiche. Spesso i pittori antichi (un esempio sono ilTintoretto o il Veronese), e in specie per opere di grande formato, eseguivano un primo abbozzo con una sorta di tempera oleosa (perciò non strettamente tempera) e in seguito proseguivano il dipinto su questo strato magro ingrassandolo con maggiori quantità di olii e di resine. Questa sorta di tecnica mista è stata ripresa anche in età moderna da quei pittori, come Giorgio De Chirico, che studiarono in profondità le antiche tradizioni pittoriche in tutti i loro risvolti tecnici. Molte opere di questo maestro sfuggono alle definizioni di tempera od olioma sarebbero da chiamarsi, come molte opere antiche, con la definizione di tecnica mista

 

Apiart

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L’A.P.I.Ar.T. (Associazione Professionale Italiana Arte Terapeuti) è una organizzazione No Profit che ha la finalità di ottenere in Italia il riconoscimento legale sia del ruolo dell’Arte Terapeuta che delle scuole di formazione in Arte Terapia. L’Apiart opera affinché tra le varie realtà formative in Arte Terapia si raggiunga un’omogeneità a livello nazionale nel pieno rispetto della libertà d’orientamento culturale, scientifico, metodologico delle scuole. L’Apiart cura la professionalità e l’immagine degli Arte Terapeuti organizzando l’Associazione come “Registro Professionale” di tutela qualitativa della professione di Arte Terapeuta. L’Apiart stabilisce infine un codice etico e deontologico al quale, per garanzia degli utenti, gli Arte Terapeuti iscritti al registro si conformano.

http://www.apiart.it

http://digilander.libero.it/apiart/registroprofessionale.html

I pennelli

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Strumento proprio della pittura, il pennello interessa tuttavia anche la storia del disegno fino dai suoi esordi.

In sostituzione, o come alternativa alla penna, lo si trova impiegato di frequente nel Medio Evo, sia per narrazioni di una forza popolaresca intessute su trame di tratti larghi e semplificati (simili, ma più scorrevoli rispetto a quelli della penna di canna), sia per descrizioni più accurate, realizzate con strumenti a punta sottilissima. Tempestivamente inoltre gli artisti compresero come certe sue caratteristiche e certe sue modalità di impiego potessero tornare particolarmente utili, Usando colori più o meno diluiti ed eventualmente ritornandovi sopra a più riprese, il pennello consentiva infatti di coprire vaste zone di ombreggiatura, con pari efficacia ma con rapidità molto maggiore di quella consentita dal più laborioso sistema dei tratteggi.

Da A.Petrioli Tofani “I materiali e le tecniche”